Alasinistra la rubrica di Roberto Pietrobon

Uno gnomo chiamato Alberto

Sono giorni tristi, per la nostra comunità e per l’Italia che affoga nell’incuria e nel dolore soffocato dal cemento degli speculatori e dei politici “distratti”. Giorni dolorosi anche perché si confrontano con la morte che ha colpito giovani vite, come q

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Articolo pubblicato il 19-11-2014 alle ore 00:00:00.
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Roberto Pietrobon

Sono giorni tristi, per la nostra comunità e per l’Italia che affoga nell’incuria e nel dolore soffocato dal cemento degli speculatori e dei politici “distratti”. Giorni dolorosi anche perché si confrontano con la morte che ha colpito giovani vite, come quella di Elisa e di tanti altri e altre.
Sembra quasi ci siano momenti nei quali non si fa in tempo ad asciugare le lacrime che subito tornano il dolore e lo sconforto. Quel dolore e quello sconforto che hanno accolto domenica la (ormai) piccola comunità politica della sinistra biellese per la morte di una delle sue persone migliori: Alberto Fappani.
Un male incurabile lo ha portato via all’affetto della sua famiglia e ai tanti e tante che gli hanno voluto bene.

Perché ad Alberto non si poteva non voler bene. Chi ha anche solo per un poco frequentato le piazze biellesi non può non ricordarlo, perché da almeno 40 anni lui era una presenza costante, cresciuto nel cristianesimo del dissenso, delle comunità di base, con i teologi della Liberazione e con le tante esperienze della sinistra. Il suo volto e la sua presenza erano quasi imprescindibili. Alberto c’era sempre: tanta era la sua fame di giustizia, tanto era il suo desiderio di riscatto per gli ultimi della terra che lo trovavi sempre. Piccolo, minuto, ma determinato, uno spirito di servizio per i movimenti che è sempre stato merce rara perché mosso solo dalla passione e nell’assoluto disinteresse personale.

Alberto, negli anni della giovanile di Rifondazione, noi lo chiamavamo lo gnomo, per la sua statura ma anche per la sua saggezza, per quello che ci insegnava e perché - come un vecchio saggio - ci sapeva indirizzare e consigliare. Alberto mi ha insegnato ad attaccare i manifesti sui muri, ma anche cos’è la passione vera per un ideale, la coerenza fin quasi al sacrificio tra quello che dici e quello che fai. Ha riempito di significato la parola “compagno”, ovvero colui con il quale “condividi il pane”.

Alberto era un uomo come (forse) non ce ne sono più. Un uomo del Novecento, direbbe qualcuno. Un uomo solidale, tenace e generoso, ma anche lucido e chiaro nell’argomentare e nel difendere le proprie idee e le proprie posizioni, penso io. Un comunista vero, un uomo di sinistra, un giusto. Lui che credeva in un aldilà oltre la morte, sono certo che troverà, finalmente, la terra dei giusti.

Per me, invece, l’augurio più sincero è che la terra gli possa essere lieve.

Ciao Alberto, non ti dimenticheremo.

Roberto Pietrobon

Tags: Alasinistra, Roberto Pietrobon, rubrica pietrobon, alberto fappani

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