Nel Biellese, dopo la Liberazione, si assistette ancora per una settimana a violenti scontri

Quell’ultima drammatica settimana di guerra

Nel Biellese, dopo la Liberazione, si dovette assistere ancora ad alcuni giorni di lotta, rappresaglie, morte e distruzione.

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Articolo pubblicato il 27-04-2015 alle ore 00:00:00.
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Biella dopo la Liberazione

di Rolando Magliola

È opinione comune ritenere che il 25 aprile, data in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione generale, coincida anche con la fine della guerra. In realtà non fu così; e proprio nel Biellese e nel Vercellese si dovette assistere ancora per una settimana a scontri violenti, rappresaglie, morte e distruzione.

Mercoledì 25 aprile 1945 fu per Biella un giorno di «esultante gioia». I partigiani vittoriosi sfilarono lungo le vie cittadine, acclamati da una folla festante: «Biella fu invasa da masse compatte di popolo convenute da tutto il Biellese a rendere omaggio ai Partigiani entrati nel frattempo in gran numero in città»; anche gli operai parteciparono all’esaltazione collettiva chiedendo «di poter abbandonare le macchine in segno di giubilo e di festa per l’avvenuta liberazione», malgrado le disposizioni del Comitato di Liberazione Nazionale cittadino, che aveva invitato a riprendere normalmente il lavoro. I rappresentanti dei comandi partigiani tennero un comizio in piazza Q. Sella, inneggiando «alla concordia per la ricostruzione della Patria e per una sana progressiva democrazia» (“il Biellese”, 04.05.1945); e anche Radio Libertà riprese le sue trasmissioni, avvalendosi dell’impianto abbandonato dai tedeschi a Villa Schneider. Stava iniziando quel lavoro di organizzazione della vita civile nel Biellese che, ammetteva il Comando Zona Biellese nel bollettino militare del 25 aprile, «si mostra ben arduo» (“Verso la vittoria. I bollettini militari delle formazioni partigiane della provincia di Vercelli”, in l’impegno, a.V, n.1, marzo 1985). La missione britannica “Cherokee”, operante nel Biellese dalla metà di novembre del 1944, si era insediata all’Albergo Principe, già sede del comando tedesco, in attesa dell’arrivo delle truppe alleate.

A pochi km da Biella la guerra però continuava. La 75ª Brigata Garibaldi, incaricata di presidiare la zona di San Germano Vercellese, Tronzano e Santhià, stava affrontando con l’aiuto di due distaccamenti della 2ª Brigata la violenta resistenza fascista a Cigliano (infine debellata il giorno 27), mentre i garibaldini appartenenti alla XII Divisione “Nedo” e alla 182ª Brigata avevano ormai raggiunto Vercelli, presidiata da un forte concentramento di truppe tedesche e repubblicane. Le trattative avviate il 26 aprile con il capo della provincia Morsero si conclusero con l’obbligo per i fascisti di abbandonare la città; quelle con il comando tedesco, gestite dal comando partigiano in collaborazione con l’ufficiale dell’O.R.I. (Organizzazione della Resistenza Italiana) Eugenio Bonvicini “Carmagnola”, aggregato alla missione “Cherokee”, portarono alla resa di circa mille uomini, trasferiti poi nei pressi di Oropa.
Tutto pareva svolgersi secondo i piani ma all’orizzonte si stava profilando la grave minaccia rappresentata dal 75° Corpo d’Armata tedesco del generale Hans Schlemmer. Le due divisioni che lo costituivano, 34ª di fanteria e 5ª Cacciatori di montagna, avevano ricevuto la sera del 24 aprile l’ordine di ripiegare dalle proprie zone di operazioni – rispettivamente il colle della Maddalena e le valli Po e Pellice – per ricongiungersi alla periferia di Torino e raggiungere poi una linea difensiva lungo il corso del Ticino e del Po. Il 28 aprile Schlemmer ordinò che i reparti immediatamente pronti all’azione si portassero sul torrente Elvo per allestire una linea difensiva.

A Santhià, importante snodo ferroviario della bassa vercellese i partigiani della 182ª erano entrati già la sera del 25 aprile, dopo aver ottenuto la resa degli arditi alpini ivi presenti, ma non avevano potuto insediare un presidio in quanto erano diretti a Vercelli; nella notte tra il 25 e il 26 erano giunti prima un treno blindato, che dopo una breve sosta era ripartito, e poi un convoglio carico di militari tedeschi feriti: l’ufficiale al comando aveva concordato con i rappresentanti del clero e del Cln locale il trasferimento dei feriti più gravi all’ospedale e di quelli più lievi presso la palestra delle scuole elementari. Nel pomeriggio del 26 aprile un gruppo di fascisti del R.A.U. di Cigliano (Reparto Arditi Ufficiali) aveva compiuto una rapida incursione in paese, provocando la morte di una civile e catturando un membro, poi rilasciato, della locale S.A.P. (Squadra di azione patriottica). Il giorno dopo erano giunti i garibaldini delle brigate 2ª e 75ª, che avevano provveduto ad allestire un posto di comando.

Nel pomeriggio del 29 aprile due membri della S.A.P. di Santhià, inviati a sorvegliare l’autostrada Torino–Milano, avvistarono nei pressi di regione Piagera una colonna tedesca in movimento, che ritennero trattarsi truppe in ritirata; in realtà erano le avanguardie della 5ª divisione Cacciatori di montagna, aventi l’ordine di attestarsi sul ponte sull’Elvo a Carisio, di occupare Santhià e di disporsi a difesa della linea Salussola – San Damiano – Carisio – Santhià. Il comando della V Divisione Garibaldi, convinto che l’obiettivo del 75° Corpo d’Armata fosse il ripiegamento in Lombardia, dispose che i garibaldini a presidio di Santhià e dintorni, inferiori di numero e dotati di armamento inadeguato, si schierassero lungo la riva dell’Elvo limitandosi a controllare gli spostamenti dei reparti germanici. Quattro distaccamenti della 2ª Brigata e due battaglioni della 75ª furono quindi incaricati di sorvegliare l’area dell’autostrada Torino–Milano e delle strade Torino–Cavaglià–Biella, Ivrea–Santhià–Milano, Torino–Santhià–Arona, mentre altre formazioni erano tenute pronte all’impiego nei pressi di Vercelli.

In serata i tedeschi raggiunsero Cavaglià. Nei pressi della locanda Firmino aprirono il fuoco su un autocarro proveniente da Salussola, a bordo del quale si trovavano quattro partigiani, tre dei quali restarono uccisi, mentre il quarto riuscì a dileguarsi nel buio. Poco dopo giunse sul posto un’autovettura su cui viaggiavano due partigiani e tre donne. I militari germanici intimarono ai passeggeri di scendere, poi spararono ai due partigiani, uccidendone uno: l’altro, illeso, si finse morto e riuscì in seguito ad allontanarsi; le tre donne, trattenute e interrogate per tutta la notte, furono lasciate libere il giorno dopo. Altri tre garibaldini, diretti a Santhià a bordo di un’autovettura, vennero catturati e immediatamente fucilati; tra le vittime dei nazisti ci furono anche tre civili.

Le avanguardie della Wehrmacht entrarono a Santhià intorno alle 23 di quella stessa sera. I partigiani presenti in paese, sorpresi dall’iniziativa tedesca, abbandonarono le posizioni incalzati dal fuoco nemico, subendo gravi perdite nel tentativo di raggiungere le cascine che si trovavano fuori dal paese. I nazisti rastrellarono poi l’intero abitato danneggiando e saccheggiando le abitazioni: un’intera famiglia fu trucidata di fronte alla propria dimora. All’alba del 30 aprile i tedeschi sferrarono l’attacco contro i garibaldini che si erano rifugiati nelle cascine situate sulla strada che porta all’Elvo: sul terreno rimasero sedici partigiani e dodici civili; altri due contadini furono presi in ostaggio e poi fucilati presso il casello ferroviario della linea Santhià–Vercelli. I militari germanici intimarono al parroco di provvedere al recupero delle salme degli uccisi, trascorrendo il resto della giornata approntando le difese intorno al paese. L’ultima vittima della ferocia nazista fu il sappista Vincenzo Moriano, ucciso il 1 maggio.

Quel giorno Biella, dopo vent’anni di fascismo, si apprestò a celebrare liberamente la ricorrenza della Festa dei lavoratori: «[...] la più grandiosa ed imponente adunata di popolo si è avuta a Biella, dove, allo Stadio Lamarmora, verso le 16, erano gremite le vaste tribune, nereggiante di fittissima folla il campo. Migliaia e migliaia di partecipanti, nonostante la minaccia del tempo» (“il Biellese”, 04.05.1945); la pioggia che cadeva incessante costrinse il corteo a percorrere un tragitto più breve, ma la serie di comizi proseguì al Teatro Sociale. Nello stesso giorno ci fu anche la nomina dei nuovi sindaci in tutti i centri del circondario biellese: da Andorno a Graglia, da Masserano a Sandigliano, da Tollegno a Vallemosso, senza dimenticare Biella, dove il socialista Virgilio Luisetti riassunse la carica dalla quale era stato costretto a dimettersi nel 1922.

La libertà ritrovata non fu tuttavia sufficiente a lenire l’odio profondo e il desiderio di vendetta che venti mesi di guerra civile avevano suscitato negli animi. Il 30 aprile a Sordevolo i garibaldini della 2ª Brigata fucilarono dopo un processo sommario dieci militi del presidio di Cossato (tra cui il capitano Giuseppe Barretta, uno dei responsabili del massacro di Salussola del 9 marzo 1945); il giorno dopo, altri sette furono giustiziati a Coggiola. La rabbia per le uccisioni di Cavaglià e Santhià si sfogò invece sui membri del 1° R.A.U. catturati a Cigliano alla fine di aprile: su ordine del comando partigiano insediato a Vercelli, trentaquattro di essi furono fucilati il 2 maggio nei pressi di Graglia.

Si stava comunque giungendo alle battute finali del conflitto. Il primo tentativo, senza esito, di convincere alla resa il comandante tedesco della piazza di Ivrea era stato compiuto il 29 aprile dal comando partigiano del II settore valdostano. Il generale Schlemmer era intenzionato a resistere ad oltranza mantenendo fede al giuramento al Führer e rifiutò di arrendersi anche dopo essere stato informato che il generale Pemsel, capo di Stato Maggiore dell’Armata Liguria (di cui il 75° Corpo faceva parte), aveva firmato la resa incondizionata al IV Corpo d’armata corazzato americano; solo dopo aver appreso la notizia della morte di Hitler (e aver verificato gli effetti devastanti del bombardamento aereo compiuto dagli americani il 30 aprile a danno delle sue truppe acquartierate a Borgo d’Ale), l’ufficiale tedesco acconsentì ad avviare le trattative, incaricandone il colonnello Faulmüller, capo di Stato Maggiore del 75° Corpo. Il 2 maggio Faulmuller e un altro ufficiale tedesco del presidio di Ivrea si recarono a Biella insieme a Primo Corbelletti “Timo”, comandante della VII Divisione Garibaldi, all’ingegner Giulio Borello, rappresentante del Cln di Ivrea: «All’Albergo Principe il Col. Faulmüller si incontrò con il Cap. Patrick Amoore della missione militare inglese e, tramite l’interprete signorina Anfossi, vennero discussi solamente i particolari per l’esecuzione della resa incondizionata, mentre i rappresentanti dei partigiani non poterono parteciparvi per l’opposizione tedesca, anche se il testo della resa era stato steso in accordo con essi e, nell’atto ufficiale, risultarono espressamente indicati come presenti alla resa stessa. [...] Il testo, redatto in tedesco e tradotto in inglese e italiano, con l’indicazione della data del 2 maggio, stabiliva la sospensione immediata delle ostilità, ma aveva ef etto dalle ore zero del giorno 3 maggio» (Ezio Manfredi, “La strage di Santhià”, Sezione Anpi di Santhià, 2013). Gli americani erano nel frattempo giunti a Biella: la guerra era finita.

rolando.magliola@gmail.com

La fotografia proviene dall’archivio Cesare Valerio, di proprietà della fondazione Cassa di Risparmio di Biella. Il fondo, interamente digitalizzato, è consultabile presso lo Spazio Cultura di via Garibaldi 14, dove sono conservati anche gli archivi dei più importanti fotografi biellesi: Cremon, Besso, Terreo, Martinero, Minoli e Bogge.
spazio.cultura@fondazionecrbiella.it

Tags: liberazione, 25 aprile, biella, biellese, resistenza, lotta partigiana

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