Ibrahim Adams, arrivato in Italia a bordo delle barche di fortuna, racconta la sua vita

«Mi do da fare per ripagare dell’ospitalità, spero di riabbracciare presto la mia famiglia»

Si chiama Ibrahim Adams, ha 29 anni ed è arrivato a Cossato dopo un viaggio drammatico. Sì, lui è uno dei ragazzi che si sono trovati costretti a buttare in mare i coetanei morti. Il barcone sul quale ha viaggiato trasportava quattrocento persone.

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Articolo pubblicato il 21-05-2015 alle ore 00:00:00.
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Ibrahim Adams

Si chiama Ibrahim Adams, ha 29 anni ed è arrivato a Cossato dopo un viaggio drammatico. Sì, lui è uno dei ragazzi che si sono trovati costretti a buttare in mare i coetanei morti. Il barcone sul quale ha viaggiato trasportava quattrocento persone.

È profugo, originario del Ghana. “Mia madre lavora al mercato - racconta -. Sono il primo di quattro fratelli. Mio padre era ufficiale di marina; è mancato quando avevo quindici anni. Ho lasciato il mio Paese per aiutare la famiglia, per trovare lavoro. Sono partito per la Libia all’insaputa di mia madre. Ho attraversato il Burkina Faso e il Niger, evitando la strada per il Ciad, dove si rischia di essere ammazzati dai predoni del deserto. Ci sono tanti camion che attraversano il deserto, carichi di gente quanto i barconi. Ti devi aggrappare e tenere forte perché se cadi non ti aspettano. Quando la corsa finisce devi camminare due giorni nel deserto. Dopo tre mesi ero in Libia senza soldi. Lavoravo come imbianchino, carpentiere e dormivo nelle case appena dipinte. Con i primi soldi, che ero costretto a cucire nella fodera dei vestiti perché i soldati non me li prendessero, ho comprato la scheda telefonica per chiamare mia madre. Sì, i militari ci perquisivano”.

È stato, come accade ovunque, una battaglia indotta, fra poveri, per procastinare le soluzioni ai drammi reali. “Nel 2011 sono tornato a casa e ho trovato la porta spalancata; ci avevano rubato tutto. Sono stato costretto a ripartire. Il viaggio in mare è stato... ancora oggi a pensarci mi isolo. Non riesco a dimenticare”.

Da Lampedusa a Genova, a Torino, Ibrahim rimbalza da un’associazione all’altra, arriva a Muzzano ed è accolto da una famiglia biellese; trova impiego temporaneo in una falegnameria di Cossato tramite un progetto regionale, studia l’italiano e si diploma. Ama il calcio. “Faccio quello che posso per ripagare dell’ospitalità e riconquistare l’indipendenza che mi è stata rubata - conclude -. Il Ghana è un bellissimo paese e voglio ritornarci. Mi manca la famiglia”.

Dietro ai discorsi che si fanno sui profughi, spesso farciti di timori infondati, figli della non conoscenza, ci sono persone. Ibrahim è un sopravvissuto.

Gaia Quaglio
Anna Arietti

Tags: ibrahim adams, profugo, cossato, Muzzano, ghana, ospitalità

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