L'editoriale di Giuliano Ramella

Il turismo, i padrini e i padroni

La “paga” di sabato sulle problematiche e le prospettive del turismo nel Biellese all'alba della nuova amministrazione comunale della città, ha prodotto sulla rete un vivace e a tratti acceso dibattito.

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Articolo pubblicato il 03-07-2014 alle ore 00:00:00.
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Giuliano Ramella

La “paga” di sabato sulle problematiche e le prospettive del turismo nel Biellese all'alba della nuova amministrazione comunale della città, ha prodotto sulla rete un vivace e a tratti acceso dibattito.  Da cui sono emersi sostanzialmente alcuni elementi: i biellesi sono tuttora vittime della “maledizione” del tessile; i biellesi non credono che la loro/nostra terra abbia potenzialità ed appeal per attirare i turisti; i biellesi credono che si debbano investire risorse economiche su managerialità extraterritoriali per importare “culture” turistiche, creative e gestionali, di cui noi non disponiamo; i biellesi pensano sia una frustrante perdita di tempo insistere per stimolare una classe dirigente territoriale, politica ed economica, del tutto tetragona verso suggestioni diverse da quelle del canto (sempre più flebile) del telaio. C'è da gettare la spugna e lasciare che l'acqua vada nel tombino.  Poi però ci si guarda intorno, qui e altrove, e ci si chiede: ma perché?

Turismo, secondo il Devoto-Oli, è “il complesso delle manifestazioni e delle organizzazioni relative a viaggi e soggiorni compiuti a scopo ricreativo o di istruzione”.  Quando per “ricreativo” si intendano attività di intrattenimento e sollazzo, e per “istruzione” l'insieme di attività legate alla cultura, all'arte, alla musica e ad una didattica territoriale, possiamo sostenere che il Biellese ne sia privo?  Ciò che manca è “il complesso delle manifestazioni e delle organizzazioni...”, quello che un tempo si chiamava volontà politica e sua traduzione in attività organizzate e propulsive.   Il turismo, i turismi sono, oggi, racconto, narrazione, fascinazione fabulatoria.

Analisi e disvelamento del "particulare” che fa la differenza, in qualche caso l'unicità, di un topos e ne determina la koinè.  E' quello che oggi, con orrida ed algida definizione, viene chiamato marketing territoriale.  Che tuttavia non può essere affidato ai "tecnici" che applicano schemi validi ad Otranto come a Gressoney.  La questione sconfina nell'antropologia culturale: siamo noi, tutti noi, che qui viviamo, lavoriamo, amiamo, soffriamo, i soggettisti, registi e interpreti di una rappresentazione che abbia la capacità di indurre altri a pagare un biglietto per accedere al nostro grande e ricchissimo anfiteatro.  Altri, molto meno dotati di noi in natura, l'hanno fatto e con grande successo. Non vale qui l'ennesimo censimento delle mirabilia biellesi se non per dimostrare che non siamo secondi a nessuno.

Eventi ed eventuali,  ancorchè di successo ma sganciati da una visione d'insieme, da una narrazione coordinata, da un traguardo da conseguire, non fanno e non faranno altro che alimentare la frustrazione di chi si sente bravo, incompreso, boicottato da una sorta di congiura cosmica, senza padrini e protezioni.

Quisque faber fortunae suae, ciascuno è artefice del proprio destino sostiene Sallustio.  Non ci servono i padrini se i padroni siamo noi.

(giulianoramella@tiscali.it)

Tags: Giuliano Ramella, turismo, biella, editoriale

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