Due penny su di me, il blog di Silvia Serralunga

Halloween, io ti odio

L’unica festa che mi fa piacere celebrare è il Natale. Unico e irripetibile, e in più sensi, per fortuna. Non so perché questa avversione ai festeggiamenti.

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Articolo pubblicato il 31-10-2014 alle ore 00:00:00.
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Silvia Serralunga

L’unica festa che mi fa piacere celebrare è il Natale. Unico e irripetibile, e in più sensi, per fortuna. Non so perché questa avversione ai festeggiamenti. Una volta, quando ero una piccola Silvia lentigginosa sul naso, non ero mica così orso. Mia mamma invece, detta anche Minni, da quando la ricordo, ha sempre odiato le feste, in primis su tutte il Carnevale e le sue fragorose, giulive sfilate viglianesi in Via Milano, proprio dirimpetto a quel che erano le nostre camere da letto, con carri giganti e pezzettini di carta colorata ovunque al seguito. Per non parlare del doppio giro di scotch, appiccicato maldestramente da piccole pesti dispettose, sugli ex cognomi, degli ex campanelli, dei non-ex palazzoni, della mia ex chiassosa via. Musica così assordante da far tintinnare i vetri degli infissi ormai vecchiotti, e da crepare, persino, i calici buoni di cristallo nella vetrinetta, cimelio della nonna bis.

Schiamazzi di bambini dai musi truccati e mascherati ad arte, bottini di caramelle allo zucchero per incentivare i denti cariati. “No, tu lì non ci vai!”. Così soffrivo silenziosamente il non essere una bambina allegra “normale”, con una mamma allegra “nomale”, e mi camuffavo da Cenerentola delle fiabe, con lungo strascico pulisci pavimento a cui si appendeva a peso morto il gatto, scarpette in plastica glitterata tacco 3 e sintetico chignon biondissimo, che prudeva un sacco, in testa, pronta per giocare a vestire da “bambino vero” il biondissimo Cicciobello inanimato, con la mia biondissima sorellina animata, in salotto. Poi, al momento clou della parata, mi sedevo sull’asse del cesso e guardavo in giù, con quel nasino e le sue efelidi schiacciati contro il vetro della finestra, e i gomiti appoggiati alla fredda mensolina sopra al termosifone del bagno, con la lacrima che bagnava il marmo del mio appoggio, rosicando d’invidia per il divertimento altrui.

Ogni anno che passava, cambiavo personaggio. Sailor Moon, altra bionda, era il mio travestimento preferito. Chissà, se è per questo, che di tutte le colorazioni di capelli che ho provato in questi anni di tinte funeste per la mia chioma, il biondo è l’unico colore che proprio non mi si addice, e che proprio non sfoggerò neanche morta. Un prolisso flashback per arrivare a dirvi che, nonostante una famiglia poco festaiola alle spalle, alla fine, ad ogni occasione, io nel mio piccolo, ho – giuro - sempre provato a trovare il modo per festeggiare, idem quando l’anglosassone festa di Halloween venne sdoganata pure nel nostro biellese. Ero una ragazzina, e in quanto tale, non mi sarei mai lasciata sfuggire l’occasione d’oro di potermi bistrare gli occhi con pesante trucco nero una volta in più, non di nascosto, e senza essere richiamata all’ordine, anche solo in nome di una festa.

Poi ho capito, crescendo e assistendo a patetici, plateali capricci di bambini al supermercato nel reparto giocattoli/travestimenti a tema/facciamo che dire in tutte le corsie, che il divertimento comandato, tra le mille altre mediocri cose che ci circondano, non è poi così divertente, ma piuttosto, è un inutile spreco di soldi e pazienza genitoriale; tradotto: mamme e papà sempre più tristemente in balìa dei loro piezz’ e core ululanti e la mia mimica facciale di disgusto che fatica a contenersi. Tuttavia, benché in età in cui pianti e pipì in pubblico si possono ancora “accettare”, essermi evitata, ai tempi che furono, quelle figuracce barbine agli Orsi di turno, e averle evitate ai miei amati cari, mi rende onore. A posteriori, son convita che non mi è poi andata così male.

Più mi guardo attorno, più chi mi circonda si circonda di maschere orripilanti, suppellettili arancione zucca e ragnatele finte e, nei locali, da mesi non si organizza altro: lo sappiamo tutti che uscire questa sera non sarà che un pretesto per potersi tirare una cacca, farsi il primo che passa perché non ricordi da che parte sei girato, vomitare l’anima in un angolo che fa molto dannato e far guadagnare i fantomatici PR, o presunti tali: l’amore che provo per questa ricorrenza è inversamente proporzionale al suo crescente successo, oh qual disdetta! Dunque approvo - lo so – con una valanga di ipocrisia, solo ed esclusivamente l’atmosfera natalizia, apoteosi del superfluo, fintanto che non trovo altro che mi doni la stessa adrenalinica emozione, la stessa felicità nel cuore, la stessa bontà d’animo con aureola di santità per un paio di giorni, la stessa pienezza di pancia e il medesimo sperpero di soldi, e credo che quel qualcosa nessuno riuscirà mai a inventarselo. 

Silvia Serralunga

La rubrica di Silvia Serralunga viene pubblicata sulla Nuova Provincia in edicola sabato.

Tags: Due penny su di me, Silvia serralunga

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