Marta Nicolo e Paolo Furia scrivono al presidente del consiglio

"Caro Matteo, perché lo Stato dimentica i dottorati?"

Caro Matteo, siamo due giovani dirigenti del Partito Democratico Biellese e abbiamo deciso di scriverti per capire come mai lo Stato si dimentica dei Dottorati.

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Articolo pubblicato il 18-12-2014 alle ore 00:00:00.
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Matteo Renzi

Caro Matteo,

siamo due  giovani dirigenti del Partito Democratico Biellese e abbiamo deciso di scriverti per capire come mai lo Stato si dimentica dei Dottorati.

Il Dottorato di ricerca costituisce il grado d'istruzione più elevato previsto nell'ordinamento Universitario Italiano e, strano ma vero, a tutt'oggi serve a tutto meno che a costruirti un futuro.  Al termine dei tre anni previsti, per la gran parte dei Dottorati, non c’è niente.

Infatti, soprattutto per quanto riguarda le discipline umanistiche, questa formazione post-laurea non sembra per nulla vincente sul mercato del lavoro con l'unica conseguenza di produrre un numero ancora maggiore di dotti ma frustrati trentenni in cerca di un lavoro che forse non troveranno mai. L’Università  non li assume, né è pensabile che li assumerà in un futuro prossimo, dati i tagli ai budget, la contrazione nel numero degli iscritti, le lunghissime liste d’attesa. Se riusciranno a entrare in Università ci entreranno tardi, molto tardi, quando i loro coetanei lavoreranno già da tempo; ed entreranno sapendo di dover accettare contratti che li lasceranno nella condizione di precari per anni, e senza la certezza di un’assunzione definitiva.

Per non parlare della strada delle professioni poi, che è quasi sbarrata. Resterebbe la scuola ma anche lì per i Dottorati la strada è tutto meno che in discesa.

Nel dossier ministeriale intitolato La buona scuola, che consta di 136 pagine, il “Dottorato di Ricerca” viene richiamato solo una volta e in via del tutto incidentale, in relazione al reclutamento dei docenti (ossia per l’eventuale ripescaggio – al fine del loro inserimento nelle cosiddette graduatorie ad esaurimento - dei cosiddetti “congelati SSIS”, ossia di quegli specializzandi della SSIS che congelarono la frequenza ai corsi universitari di abilitazione per frequentare il Dottorato; cfr. il documento 1, § 3). Manca in sostanza qualsiasi riferimento a una valutazione puntuale e priva di ambiguità del Dottorato di Ricerca nel percorso di accesso all’insegnamento nella scuola. Come se quei giovani studiosi non avessero alcun rapporto con la scuola. In Italia, infatti, purtroppo è così.  Chi sceglie di completare la sua formazione universitaria  attraverso un Dottorato, sarà poi de facto escluso anche dall’insegnamento nelle scuole.

A chi controbatterà dicendo che La Buona Scuola prevede l'introduzione delle “magistrali abilitanti”, non possiamo non rispondere che  questo finisce con il compromettere ulteriormente le possibilità di valorizzare in modo adeguato il titolo di Dottore di Ricerca. Se si assume il dato secondo cui il Dottorato costituisce il terzo e più alto livello di formazione universitaria, emergono con chiarezza i profili di contraddittoria e problematica compatibilità con un sistema di abilitazione costruito su magistrali ad hoc. Un ricercatore terminato il Dottorato di Ricerca secondo la conseguente proposta di riforma dovrebbe  re-iscriversi all’Università per altri due anni, pur essendo già in possesso di un titolo di grado superiore o equivalente ad una Laurea specialistica/magistrale, e venendo di fatto equiparati a neo-laureati triennali. Inoltre, nella creazione di percorsi abilitanti, si trascura il fatto che il Dottore di Ricerca ha già dovuto superare un concorso pubblico estremamente selettivo per l'accesso al Dottorato.

Quindi, a parte le liste d’attesa interminabili, a insegnare a scuola ci andranno, in futuro, solo quelli che avranno fatto un percorso formativo ad hoc, Tfa o biennio professionalizzante che sia.

Noi crediamo che se continua così, i concorsi di Dottorato cominceranno ad andare deserti: se un laureato in storia sa che, conseguito il Dottorato, avrà scarse possibilità di fare carriera accademica (perché così stanno le cose) e nessuna possibilità di insegnare (perché avrebbe dovuto frequentare il biennio abilitante), il laureato in storia ci penserà due volte prima di fare un dottorato.

Chiediamo quindi perché fare un dottorato di ricerca in Italia? Esiste un futuro in Italia per i Dottorati? Se la risposta è negativa, perché lo stato continua a finanziare carriere che non portano ad alcun risultato spendibile? E la spendibilità di una carriera può non essere una preoccupazione per un singolo individuo, che può fare della sua vita ciò che vuole, ma deve esserlo per lo stato che governa il sistema dell’istruzione.

E a chiederlo sono due Dottorandi, che hanno intrapreso questa strada con entusiasmo e determinazione e non l'hanno scelta  per passare il tempo o per migliorare disinteressatamente la loro cultura ma perché vogliono che questa – studiare, insegnare – diventi la loro professione.

Sarebbe bene, in realtà, che a queste domande provassero a rispondere tutti, ciascuno secondo il proprio ruolo e la propria  competenza: gli Amministratori, nel Ministero e nelle Università, i Docenti, i Dottorandi, gli aspiranti al Dottorato.

E le risposte dovrebbero essere sincere, non retoriche e documentate.

Marta Nicolo e Paolo Furia

Tags: lettera a matteo renzi, dottorati, Paolo Furia, Marta Nicolo

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